Esclusiva SM, Sacchetti tra basket, mare e buona cucina

Enel Brindisi presentazione coach Meo Sacchetti272Una partita speciale, contro il suo passato e contro il figlio Brian, a cui chiede, se mai dovesse accadere, di non far vincere Sassari con un tiro allo scadere. Petrovic e Dalipagic i miti contro cui ha giocato. E Brindisi come nuova vita, anche per il nostro mare e i vini pugliesi. Ecco Romeo Sacchetti, come sempre ironico e puntuale, in esclusiva per Supporter’s Magazine.

- Mentre preparavamo l'intervista, è uscita la notizia che sarà insignito dalla Federazione degli onori della Hall of Fame per la categoria atleti. E' una gran bella soddisfazione, che ne pensa?

“Certo, mi ricorda il mio periodo della carriera da giocatore. C'è da dire che è un premio che danno solo quando diventi vecchio…”

- Vincere lo scudetto a Sassari, città che in sette anni ha portato dalla Legadue al titolo italiano e alla Coppa Italia, da una soddisfazione particolare?

“Non potrebbe essere diversamente, abbiamo fatto una stagione che rimarrà nella storia non solo di Sassari ma del basket italiano”

- Brindisi vs Sassari, sarà una partita speciale per lei...

“Ovviamente! Sono stato in Sardegna quasi 7 anni e rincontrerò amici, giocatori, massaggiatori che mi hanno affiancato in quel periodo di vita. Sarà abbastanza suggestivo”

- Sfida nella sfida, quella con suo figlio Brian. Cosa le è rimasto nell'averlo allenato per anni e cosa vorrebbe dirgli di NON fare contro l'Enel in partita?

“Non è stato facile sia per me che per lui, ma credo maggiormente per Brian. Mi spiacerebbe che perdessimo per l'ultimo tiro segnato proprio da lui”.

Streetball, dalla strada alle Olimpiadi Tokio 2024/ part 2

rucker_parkEccoci tornati con la nostra rubrica dedicata allo streetball, il basket nato nei playground e ormai riconosiuto a livello mondiale. Recita un detto dalle parti di Chicago: “il ghetto è dolore, è morte, è come un rito di passaggio”. E da quelle parti a volte, per strada si muore veramente, ora spunta una pistola da lì ora da un’altra parte. Bande si, bande che si contendono un pezzo di terra, un quartiere, una strada, un campo da basket. Si, perché da quelle parti, oltre quell’oceano, si contendono a volte anche campi da basket, i cosiddetti playground. Da quelle parti anche un pezzo di terra, una rete metallica e un canestro può divenire oggetto di contesa. Un mondo strano, no, per niente. Il basket da quelle parti è religione.

Giocare a basket diviene quasi una sorta di rituale collettivo. Molti ragazzi da quando sono bambini hanno in mano una palla, e possibilmente, un canestro. Cosi li vedi che cominciano a palleggiare, a buttare la palla in un cesto, e li vedi diventare bravi, bravissimi, poi campioni. Pochi di voi sanno che i migliori giocatori di Nba si sono formati proprio su questa realtà. Si, sulla strada, nel playground. Una parola inglese che vuol dire semplicemente “campo da gioco”. Come da prassi questa disciplina, perché di quello si tratta, è nata negli Usa. E’ nata da un’esigenza, quella di dare ai ragazzi poveri una squadra in cui giocare, è nata si, per regalare un sogno. Spesso il playground, il basket da strada è stato indicato per questo come la “pallacanestro dei falliti”, si, di quelli senza speranza. E invece nulla di più sbagliato. Quei ragazzi inseguivano, e inseguono, un sogno, quello di essere giocatori di pallacanestro.

E lo sono, hanno la stessa pari dignità di un giocatore di basket qualsiasi. Loro non fanno basket, fanno Street-basket, basket da strada. Giocano non in un palazzetto da cinque, dieci mila posti, al massimo ci cacciano un centinaio di spettatori, quando va bene, a volte neanche gli amici che vengono a tifare. Alcuni di questi campi da gioco, playgrounds, sono diventati famosissimi. Sarebbe lunghissimo illustrare la storia di questi luoghi deputati a sfide infinite, cuore e anima di un modo tutto particolare di vivere il basket, luoghi dove il tempo si ferma.

Streetball, il fascino del basket "da strada" /part 1


FISB_day3Lo Street-basket è per certi versi simile al basket dei parquet, ma differisce in alcuni aspetti e regolamento. L’organo deputato principale è la FIBA, la Federazione internazionale, a cui sono affiliate le varie federazioni nazionali, in Italia la Federbasket, che organizza i campionati nazionali professionistici. Ogni nazione poi ha la sua federazione di Street-basket. In Italia è nata da poco la FISB, Federazione italiana streetball. Vi stiamo raccontando una favola? No, proprio qualche giorno fa si sono svolti i mondiali di Street-basket a Guangzhou in Cina, dall’11 al 15 ottobre 2016, torneo che ha visto l’uscita di scena della nazionale maschile e femminile in maniera prematura nel girone di qualificazione, e la conquista della medaglia di bronzo per l’italiano Marco Favretto nella gara delle schiacciate (ne parleremo poi approfonditamente in un articolo dedicato).

Questa disciplina si svolge su un campo da gioco di 15 m di larghezza e lungo 11. Si gioca esclusivamente 3 vs 3. Il gioco è molto più veloce del basket sul parquet e talvolta spettacolare. Le squadre devono essere formate da 4 giocatori e un cambio, che può effettuarsi nel momento in cui la palla è “morta” cioè non in gioco, a causa di una rimessa ad esempio. Si può giocare anche in soli tre giocatori. Il possesso iniziale della palla viene deciso a sorte con una monetina, e la squadra beneficiaria può decidere se avere il beneficio della prima palla alla rimessa o all’inizio della partita. La palla che si usa solitamente è una numero 6 di taglia.

Brescia e Varese, on the road con Chiara Masiello

leonessaUna giornata a tutto basket, tra Brescia e Varese. Aumentano i derby di Lombardia nel campionato italiano. L'anticipo della quarta giornata di Serie A, disputato nel Pala George di Montichiari, ha visto scontrarsi la neopromossa Germani Brescia e i campioni d'Italia dell'Olimpia Milano. Una gara che i tifosi bresciani non vedevano da ben 28 anni (l'ultima volta che Brescia ha militato nel massimo campionato): un motivo per essere orgogliosi dei risultati raggiunti e non accontentarsi mai.

Una splendida cornice di pubblico fa da contorno e una bella e mai noiosa gara che ha sfatato le aspettative di tutti che vedevano un dominio assoluto delle Redshoes. Nelle file biancorosse erano assenti Gentile e Hickman, tenuti a riposo da coach Repesa in vista del prossimo impegno europeo; per Brescia invece è stata una difficile settimana visto i mancati allenamenti di Moore e di Luca Vitali. Anche durante il match la situazione per coach Diana non è stata più semplice: a pochi minuti dalla palla a due è costretto a fare a meno di capitan Cittadini.

Nonostante le difficoltà, Brescia tiene duro per tutto il corso della partita facendo a spallate con i giganti biancorossi sotto le plance ma soprattutto cercando di fronteggiare e ostacolare l'inarrestabile trascinatore milanese Krunoslav Simon, 26 punti totali con 6/12 da da 3 punti. Solo una straordinaria prestazione di More (26), Landry (18) e Michele VItali (14) arricchita da un solido gruppo ha permesso alla Leonessa di uscire da questo match a testa altissima con il piacevole stupore dei suoi sostenitori, usciti dal palazzetto con le mani arrossite per i troppi applausi e la voce rauca per i tanti incitamenti.

Una bellissima atmosfera quella respirata al PalaGeorge, impreziosita dalla presenza di Giorgio Armani che al riposo lungo si concede a selfie e autografi con tutti. Gente di sport, innamorata della pallacanestro e della propria squadra, affascinata e inorgoglita dell'aver affrontato i più forti d'Italia e non avergli permesso di vincere facilmente quella che sulla carta era una partita "scontata".

Migliorare e divertirsi. Ecco i propositi della nuova Torino

basket-Auxilium-Cus-TorinoSembra passata un'eternità da quel fatidico mercoledì di inizio maggio che permise all'allora neo promossa Auxilium Cus Torino di festeggiare un'agognata quanto tormentata salvezza. Dopo un anno costellato dalle più improbabili vicissitudini, causate da un'inesperienza generale unita ad una buona dose di sfortuna, la società sabauda ha avuto tutto il tempo di riflettere sui propri errori e prepararsi ad affrontare la nuova stagione. Parole d'ordine: migliorarsi, vivere un anno sereno e divertirsi.

Una volta giunti al traguardo non c'è tempo di leccarsi le ferite ed autocommiserarsi. Bisogna agire subito, capire che si è chiuso un ciclo e ripartire da zero, dalle fondamenta della società. Il club si muove celermente e dopo qualche giorno viene ufficializzato un turn over ai vertici dirigenziali. A dimostrazione dell'ottimo lavoro svolto, Renato Nicolai viene promosso a direttore generale e, per creare una nuova squadra che permetta ai gialloblù di vivere con più tranquillità la nuova stagione, viene ingaggiato un veterano del campo: Marco Atripaldi. È il momento di pensare ai protagonisti sul campo ma non senza un'idea precisa del progetto che si vuole perseguire. In panchina, chi ha compiuto un'impresa quasi impossibile con serietà e dedizione deve rimanere a Torino e così, coach Vitucci e lo staff tecnico vengono confermati.

Dall'altra, sfruttando i contratti in scadenza con quasi tutti i giocatori della precedente annata, la società compie il secondo decisivo passo per voltare pagina: nessuno (o quasi) degli atleti verrà rinnovato. Per costruire il nuovo roster non si sceglie la formula più facile, il 5+5, ma il trio composto da Vitucci, Atripaldi e De Benedetto, lavora duro per gettare le basi di una squadra equilibrata, competitiva e che possa togliere qualche soddisfazione.

Per quanto riguarda gli italiani, da una parte si punta sui giovani di belle speranze con tanta fame e voglia di mettersi in gioco (Fall, Alibegovic, Okeke); dall'altra si va alla ricerca di esperienza e leadership (Poeta e Mazzola). Lo stesso criterio viene scelto per gli extracomunitari. Washington rappresenta l'affidabilità e la sicurezza e i “rookies” Wilson e Harvey la scommessa e l'estro.

Quando poi, al di là di ogni aspettativa, un fuoriclasse come DJ White, tra i migliori marcatori della stagione 2015/2016, decide di voler tornare nel capoluogo torinese, le buone sensazioni vengono confermate tutte e la fiducia per un futuro roseo prende il sopravvento. L'ultima pedina per chiudere il cerchio, il play straniero, ha bisogno solo dell'ufficialità ma la squadra può definirsi fatta e, nel frattempo, per gli allenamenti, sono giunti i rinforzi (Parente).

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