Dan Peterson e la tesi di laurea di Stefano Marinaro
Qualche tempo fa, Stefano Marinaro ha intervistato Dan Peterson per la realizzazione di una parte della sua tesi di laurea. Ne riproponiamo l'intervista nel giorno del novantesimo compleanno del grande allenatore. Parole che a distanza di pochi anni risultano ancora molto attuali
- Coach, com’era e come funzionava il rapporto tra la stampa e un capo allenatore all’epoca e come funziona oggi?
"Non so per quanto riguarda oggi, ma penso che sia uguale a ieri. Avevo certi principi, imparati anche con errori miei. Uno: non dare MAI uno scoop a nessun giornalista. Due: pesare ogni parola prima di parlare. Tre: non parlare mai “a taccuini chiusi” perché non vorrai mai vedere una tua frase detta in privato come titolo di nove colonne in un giornale del giorno dopo. Quattro: cercare di aiutare i giornalisti a fare il loro mestiere. Cinque: ricordare che non potrai mai vincere contro la stampa perché loro hanno due cose che tu non avrai mai: il computer e l’ultima parola.
- Negli anni Ottanta in Italia cominciarono ad essere trasmesse le partite della Nba, commentate proprio da lei. Su quale emittente televisiva venivano trasmessi gli incontri? Che ricordi ha di quel periodo e di quell’esperienza?
"Le prime gare furono trasmesse nel 1980 su Pin (Primarete Indipendente), di proprietà della Rusconi Editore. La rete però fu chiusa a fine anno. Due anni dopo, nel 1982, Pin ha cessato di esistere e la Nba è stata trasmessa da Canale 5, per poi passare a Italia 1 successivamente. Bruno Bogarelli, direttore ed editore della rivista Giganti del Basket, per la quale io scrivevo diversi articoli, mi ha voluto per le telecronache. Aveva scelto me perché conoscevo i giocatori americani e pronunciavo correttamente i loro nomi e anche perché parlavo abbastanza bene l’italiano. Inizialmente in tv non appariva mai il mio volto, ma si sentiva soltanto la mia voce ed era una grande emozione per me perché la gente mi riconosceva per questo".
- Rispetto al passato, oggi la fascia di pubblico che siede sugli spalti dei palazzetti italiani sembra essere più adulta.
Cosa pensa si possa fare per avvicinare più giovani a questo sport?
"Bisognerebbe prendere spunto dall’Olimpia Milano, che ha un settore apposito del palazzetto dedicato ai giovani. I club dovrebbero offrire abbonamenti a prezzi ridotti per le famiglie. Inoltre, è fondamentale la copertura televisiva: mandare in onda le partite in orari più accessibili e non in seconda serata, come spesso avviene in Italia. Poi, come sappiamo benissimo, i social media hanno un ruolo molto importante ed è fondamentale saperli usare bene e quotidianamente. Le università in America stanno facendo cose straordinarie per pubblicizzare le loro squadre. I giovani vanno in quella direzione. Bisogna adeguarsi"
- Quale futuro vede per il basket italiano?
Tutto dipende dalla FIP e dalla Lega Basket. Per me la formula vincente, per un futuro più roseo nella pallacanestro italiana, sarebbe quella di avere in campo meno atleti stranieri e più italiani. In Serie A, almeno due giocatori italiani in campo dovrebbero esserci sempre. Poi durante le partite delle coppe europee si può fare diversamente e puntare maggiormente sugli atleti stranieri, ma nel massimo campionato nazionale almeno due italiani sul parquet di gioco dovrebbero esserci sempre. Questo è molto importante per far sì che la gente si possa riconoscere in un giocatore che è veramente legato al club e ai tifosi, non come gli atleti americani che cambiano continuamente squadra.
- Alla domanda su come fare per riportare nella gente l'interesse che c’era negli anni ottanta verso il basket, lei in passato aveva risposto: "L'unica speranza per dare popolarità al basket sarebbe fare un'altra sfida tra le due metropoli Roma e Milano". Ad oggi quale potrebbe essere un’altra soluzione?
"Oggi basti pensare ad una partita disputata tra Olimpia Milano e Virtus Bologna, dove al Forum c’erano ben 12.000 persone. Il segreto degli anni ottanta era che c’erano tante squadre di altissimo livello: Olimpia Milano, Virtus Bologna, Fortitudo Bologna, Varese, Auxilium Torino, Cantù, Virtus Roma, Scavolini Pesaro, Juve Caserta, Benetton Treviso, Reyer Venezia. Ogni singola partita era una battagliafino all’ultimo secondo. Non c’era un divario così ampio come oggi fra le prime due della classifica e tutte le altre. La gente vorrebbe questo: un campionato “aperto” a ogni possibile risultato, dove l’ultima in classifica può vincere anche con la prima e dove ogni partita è una sorpresa. Lo spettacolo è proprio nell’incertezza del risultato".
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Stefano Marinaro
ph: Olimpia Milano
