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Puglisi a SM: vi racconto MJ, Kobe e la "mia" Brindisi

DSC_0741Dieci anni come ieri. Brindisi è nell’olimpo del basket italiano da quell’aprile 2010 che vogliamo ancora festeggiare. In campo un gruppo di giocatori meravigliosi, fuori uno staff tecnico di primissimo piano. Dietro la scrivania uno dei dirigenti più illuminati e vincenti della storia del basket italiano: Santi Puglisi. Che, in tempi di Coronavirus, è a Fano nella sua casa che guarda al mare, in attesa di ricongiungersi con moglie e figlie, rimaste a Bologna. Il tempo non manca e allora spazio ai ricordi. “Sono passati dieci anni da quel 18 aprile 2010, ma il ricordo è ancora vivo dentro di me e una chat su Whatsapp creata da Agostino Origlio, mi ha fatto risentire tutti i ragazzi, i miei ragazzi - apre Puglisi a SM -. Che piacere risentire e rivedere Joe e Omar (Crispin e Thomas, nda) e tutti gli altri. Quella partita a Scafati la ricordo già dalla sera prima. Veroli vinse contro Sassari e noi eravamo promossi aritmeticamente. Partì la grande festa, volevamo andare a Salerno a festeggiare, ma l’autista dormiva già e non voleva portarci. Un bel centone lo aiutò a cambiare idea”.

Il giorno dopo fu una festa e altri aneddoti riaffiorano. “Quando arrivammo negli spogliatoi, il presidente di Scafati, Longobardi, ci fece trovare pasticcini, bottiglie di Berlucchi e totale disponibilità verso qualsiasi cosa avessimo voluto - dice Puglisi -. Io approfittai della sua disponibilità per andare a fumare nel suo ufficio ad ogni pausa della partita. Sul campo, noi provammo a giocare, ma le motivazioni erano totalmente diverse”

Per l’allenatore e dirigente, Brindisi resta un periodo bellissimo, ma non solo Brindisi. “In Puglia sono stato sei stagioni in maniera fantastica e sono ancora oggi felice di parlare con i tifosi e di vedere le partite della New Basket, vista proprio a Pesaro in occasione delle finali di Coppa Italia. Sono stato felice di aver portato Perdichizzi all’apice della carriera e di avere avuto una squadra e una dirigenza fantastica - ci racconta -. La cosa che mi fa piacere è che ovunque sia stato, ho fatto periodi lunghi: 11 anni alla Fortitudo Bologna, 6 a Pesaro con tre finali scudetto e una Final Four di Coppa dei Campioni (l’attuale Eurolega, nda), anche sette anni nel settore squadre nazionali. Forse qualcosa di buono ho fatto”. 

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Ride, anche ricordando quando lasciò la Scavolini Pesaro perché patron Walter aveva scelto Lucio Zanca, che allora era fidanzato con la figlia e che allenava le giovanili della Vuelle. “Si pentì subito e me lo disse pochi mesi dopo quando ci incontrammo”. Così come Stefanel, squadra allenata nella stagione 1985 e lasciata a sei giornate dalla fine del campionato, prima di una retrocessione molto sfortunata. “A Trieste la squadra era fatta, ma Ben Coleman ebbe una chiamata per un camp Nba. Chiamai per sostituirlo Hotis Howard, che voi a Brindisi ricordate bene, ma nell’ultima amichevole pre campionato si fece male allo zigomo in uno scontro contro un giocatore di Milano allenata da Dan Peterson. Otello volle tornare negli Stati Uniti per operarsi e fui costretto a tagliarlo. Tornò Coleman, nel frattempo tagliato dal camp, ma non ci disse che aveva una microfrattura al piede e la stagione fu molto al di sotto delle sue potenzialità. Se aggiungiamo che anche Checco Fischetto, altro nome molto caro a Brindisi, era infortunato e che c’erano quattro retrocessioni, salvarsi era praticamente impossibile”. 

QUELLA NOTTE MAGICA DI MJ A TRIESTE - A Trieste però ebbe il tempo di allenare per una sera tale Michael Jordan, a cui Espn (e Netflix in Italia) dedica proprio oggi l’uscita di “The Last Dance”, il docu film dedicato all’ultima stagione dei leggendari Chicago Bulls, quella del sesto anello Nba e apice di un successo clamoroso che fece di quella squadra forse la più forte al mondo in tutti i tempi. Nella serie tv tanti flash back, come la chiamata di MJ al Draft 1984 con il numero tre assoluto, la vittoria alle Olimpiadi a Los Angeles, e quel 1985 che è uno spartiacque della storia dei Bulls che verrano negli anni seguenti.

Pochi ricordano che esiste anche un Jordan “italiano” che nell’agosto di quell’anno arrivò a Trieste per giocare una partita esibizione organizzata dalla Nike, che aveva deciso di lanciare il primo dello di “Air Jordan” (nella foto, MJ in maglia Stefanel). “Era il 25 agosto 1985 e la Stefanel Trieste aveva in programma un’amichevole contro la Juve Caserta allenata da Tanjevic. La Nike aveva previsto che Jordan giocasse un tempo in una squadra e un tempo nell’altra, ma Tanjevic voleva vedere all’opera la sua squadra al completo e si finì per far giocare Michael solo con Trieste -  racconta ancora Puglisi -. Fu uno spettacolo vederlo giocare, era un predestinato e la sua prestazione fu monumentale”. 

JOJOI.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=2f2f367“MJ aveva una gran voglia di mettersi in mostra e vincere, come era suo solito - aggiunge l’allenatore -. Senza nessun allenamento, io lo incontrai solo per la riunione tecnica e spiegai qualche schema alla lavagnetta. Doveva essere una partita di pre campionato senza particolari forzature, ma Tanjevic ci teneva a vincere e ad un certo punto si mise a zona, la vecchia 1-3-1 che ora non si fa più, e fui costretto a chiamare time out per spiegare in un minuto come attaccare la zona, cosa sconosciuta negli Stati Uniti e a Jordan. Lui mi disse subito: coach don’t worry, non ti preoccupare. Sistema la squadra da una parte, fai passare la palla a me e ci penso io. Fu un autentico show, recuperammo punto su punto, Andammo al supplementare e vincemmo di un punto”. 

Per il rookie della stagione appena conclusa e futuro sei volte campione del mondo, 30 punti segnati con un repertorio infinito di soluzioni offensive. E anche con un tabellone mandato in frantumi. “Fu una cosa inedita, Jordan si alzò dalla linea della lunetta e andò a schiacciare alla sua maniera, solo che il canestro del vecchio pala Chiarbola non era così forte da sostenere una schiacciata così forte - ricorda ancora Puglisi -. Il tabellone andò in frantumi e ne fecero le spese Generali e Tato Lopez, uruguaiano che giocava a Caserta e si ruppe i tendini di una mano e fu portato a Cesena in un centro specializzato. Questa è un’azione che ancora oggi la gente di Trieste ricorda”.

rivedi la schacciata di Michael Jordan a Trieste

Da Trieste l’anno successivo andò ad allenare Reggio Calabria, dove uno dei due stranieri era Joe Bryant, papà di Kobe che aveva seguito il genitore nella sua esperienza al sud. Inevitabile chiedere un racconto sul compianto numero 24. “Era piccolo, ma era già unico - prosegue l'ex dirigente brindisino che ha come sempre una gran voglia di raccontare particolari inediti -. Era presente a tutti gli allenamenti e si portava sempre il pallone sotto braccio, poi appena io spostavo la squadra in una metà campo, lui si impossessava dell’altra e si metteva a tirare senza sosta e quando io gli urlavo di smettere, lui continuava senza ascoltarmi. Faceva bene, è diventato un giocatore immenso per questa sua voglia di perfezione. La sua morte mi ha lasciato un segno profondo, così come quella di Franco Lauro qualche giorno fa. Lo avevo frequentato ai tempi della Stella Azzurra, a Roma, e poi da giornalista veniva spesso a Pesaro per le sue telecronache. Arrivava sempre all’ultimo minuto, ma era bravo e competente e anche un bravissimo ragazzo. Questo 2020 non sarà ricordato come uno degli anni migliori, anche a causa del Coronavirus che ha chiuso il basket e lo sport e ci costringe ad una situazione anomala. Speriamo cambi presto la situazione per tornare a vedere una palla che rimbalza sui campi da gioco”.

Grazie Santi! 

 Marino Petrelli 

ph: Michele Longo (Ciamillo/Castoria)

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