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"Io resto al nord". Le storie di chi ha scelto di non partire

UnknownSi è discusso molto in questi giorni sui tanti che sono rientrati dal nord con treni, pullman e mezzi privati. Potenziali portatori sani di Coronavirus che, senza pensarci due volte, hanno deciso di tornare a casa per essere lontani dai luoghi più "caldi" per numero di contagi e decessi. Nessuno vuole giudicare questo gesto, ognuno si assumerà le proprie responsabilità. Le stesse scene le stiamo vedendo in Francia con treni e metropolitane prese d'assalto, da quegli stessi francesi che fino a qualche giorno fa hanno fa hanno deriso noi italiani, pensando di essere immuni a tutto e ora stanno chiudendo tutto in fretta e furia. 

In questo periodo senza sport, con il calcio e il basket che non si sa se e quando riprenderanno (oggi gli Europei sono stati definitivamente spostati al 2021), siamo andati a cercare le storie invece di chi è rimasto, perchè pensiamo che abbiano fatto bene. Almeno in questa ultima fase quando la situazione è precipitata. Forse a fine febbraio si poteva ancora partire, ora non più e chi torna, o è tornato, sa a cosa va incontro per se stessi e per i propri familiari. Auguriamoci che il contagio non si espanda, ma i dati, ad oggi, non sono buoni. Crescono i positivi al nord, e in Lombardia in particolare, anche se il trend complessivo non è peggiorato. Questi giorni saranno decisivi, anche al sud. Che sta reggendo, ma la guerra è ancora tutta da vincere.

Torniamo alle nostre storie. Si tratta di studentesse universitarie, insegnanti, neo assunti. Non parliamo di eroi, ma di gente comune che ha fatto una scelta ben precisa e ha deciso di raccontarla. Altre storie ce le potete segnalare attraverso la nostra mail ( Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. ) o i nostri canali social. E siamo a completa disposizione anche di quanti hanno fatto la scelta inversa, ovvero tornare e mettersi, speriamo, in quarantena fiduciaria. E possibilmente stare rigorosamente a casa. 

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LE STORIE, I RACCONTI, LA VITA - Stefania è una insegnante precaria che da Brindisi, vive e lavora a Bergamo da qualche anno. Ha scelto di restare pur "non avendo un contratto di lavoro stabile e pur avendo la residenza in Puglia e tutta la mia famiglia e gli affetti più cari. Ho avuto più volte la possibilità di scendere, soprattutto quando la situazione non era così grave, e mi è stato anche chiesto, ma ho scelto di restare a Bergamo, in una città che sta vivendo momenti così drammatici", racconta la giovane insegnante. Che aggiunge: "Ogni giorno sento le ambulanze andare e venire e vivere qui sta diventando davvero complicato, io resto chiusa in casa. La scuola, dopo i primi giorni, ha deciso di chiudere completamente e facciamo soltanto le riunioni in video conferenza e diamo i compiti ai bambini tramite alcune piattaforme digitali. Non è facile stare qui da sola, ma era giusto restare. Ho avuto contatti con molte persone fino a quando era possibile e avrei rischiato di essere, mio malgrado, vettore del Coronavirus. Io sto bene, prego per Bergamo e per Brindisi". 

 Silvia è invece un ingegnere gestionale che da Brindisi è partita alla volta di Torino a metà di gennaio per cominciare uno stage in una importante multinazionale e che è rimasta "bloccata" al nord dal Coronavirus. "Quando sono partita, ero fiduciosa per il mio nuovo lavoro e la mia nuova vita. Mi avevano detto che il periodo di prova era propedeutico per un contratto più stabile dopo qualche mese. L'azienda è serissima e mi fido, ora non so cosa potrà accadere con la crisi economica che sicuramente si svilupperà dopo l'emergenza sanitaria - racconta la ragazza -. Ho deciso di restare anche per dare dimostrazione all'azienda di non voler abbandonare appena arrivata. Lavoro da casa e sono tutti molto disponibili per il mio inserimento, ma non è facile. Aspettavo il mio ragazzo in questi giorni che aveva già preso il biglietto aereo per venirmi a trovare e aiutarmi in questi primi giorni a Torino. Tutto è rimandato a tempi migliori che arriveranno sicuramente"

Giada Giunta, invece, è una studentessa di Biotecnologia a Fano, in provincia di Pesaro-Urbino. Qualche giorno fa, in una bella lettera postata sui suoi social, la giovane, figlia del nostro grande amico e tifoso di calcio e basket Enzo Giunta, ha richiamato al senso di responsabilità di tutti: “Collaborate, non bisogna far finta di nulla e non bisogna lasciarsi prendere dal panico”. Lei ha scelto di non tornare a casa e di rimanere nella zona rossa perchè ritiene sia importante che ogni cittadino contribuisca, con piccoli ma importanti gesti, a facilitare il lavoro dei medici, degli infermieri e delle autorità impegnate nella lotta al Covid-19, sperando che l’Italia tutta possa superare al più presto questo momento.

"In un attimo mi sono ritrovata a passare dallo svolgere una vita regolare, tra palestra, amici e faccende quotidiane, a finire nella “zona rossa” della provincia di Pesaro-Urbino lontano da casa e da tutti gli affetti, senza un medico di base, un appoggio e senza nessuno che sappia trasmettermi tranquillità - ha scritto Giada -. C'é paura, ma c'é anche tanta amarezza. É facile prendere un treno, un aereo, un bus per fuggire e tornare a casa, è facile che la mente delle persone smetta di ragionare coscienziosamente e conduca a scelte affrettate. Anche io, in un primo momento ho pensato di scappare per tornare a casa dai miei cari, ma poi mi sono fermata a ragionare. Ho contattato le autorità, la Protezione civile e il numero verde messo a disposizione dallo stato. La loro risposta è stata chiara: non bisogna prendere i mezzi; non bisogna farsi venire a prendere dai propri genitori o parenti, non bisogna spostarsi se non in caso di emergenza. Gran parte delle persone risulta essere asintomatica, non possiamo dare nulla per certo. Non possiamo rischiare di infettare i nostri nonni, i nostri amici e tutte le persone che conosciamo. Ho avvertito la mia famiglia e sono rimasta". 

ALTRE STORIE, ALTRI MOMENTI DI VITA - "È successo all’improvviso. Da un giorno all’altro siamo passate dal girare per i locali e dal passeggiare per le strade al non poter uscire di casa se non per comprovate necessità (lavoro, salute, sussistenza). Un po’ per superficialità, un po’ per ridurre e affrontare l’ansia, noi come tanti altri italiani abbiamo sottovalutato il problema, che quindi ha poi finito per trasformarsi in un’emergenza. In una pandemia, com’è stata dichiarata dall’OMS - racconta Chiara Masielllo, nostra corrispondente da Bologna e studentessa universitaria in Lettere - . Com’è ormai chiaro, il problema è da intendersi in termini non tanto di mortalità quanto di velocità di diffusione del virus. Il modo più efficace per contrastare la necessità di nuovi posti letto è comunque quello di restare a casa. Una disposizione tanto semplice quanto inconcepibile, a detta di molti: perché, quando diventa un obbligo, anche guardare un film sul divano di casa propria appare come una richiesta assurda"

images"Si tratta, in realtà, di un “sacrificio” necessario e come tale dev’essere percepito dalla coscienza di ogni singolo cittadino: la stessa coscienza che ha trattenuto me e la mia coinquilina Giusy, studentesse fuorisede a centinaia di chilometri da casa, dal tornare dai nostri cari in un momento così delicato - aggiunge Chiara -. Perché, per quanto siano forti la nostalgia e il desiderio di riabbracciarli, tornare significherebbe metterli a rischio. Sebbene anche il nostro primo istinto sia stato quello di fuggire, abbiamo poi realizzato che assaltare i treni per fare ritorno a casa non è la soluzione. Mettiamo quindi tutti, per un momento, la razionalità davanti all’emotività (e all’egoismo): trasgredire il decreto non è sintomo di coraggio ma di incoscienza; rispettarlo, invece, di altruismo e intelligenza. Del resto, non sarà una quarantena di venti giorni a paralizzare le nostre vite: piuttosto, questa può essere l’occasione giusta per coltivare nuovi interessi e per riscoprire quei rapporti che nella nostra quotidianità frenetica solitamente diamo per scontati. Vi chiediamo quindi di non vanificare gli sforzi di tutti coloro che, come noi, si stanno impegnando a rispettare il decreto, perché soltanto così questa difficile situazione potrà presto diventare solo un ricordo. Il rispetto di una semplice regola può scongiurare il rischio che la quarantena si prolunghi, un rischio reale, che impedirebbe a molti di noi di sentire il calore della propria terra e dei propri cari ancora a lungo. Piuttosto, per citare il presidente Conte, «rimaniamo distanti oggi per abbracciarci più forte domani"

"Io ho deciso di restare al Nord” dichiara Carlo, ingegnere arrivato in Lombardia due anni fa da Capo d’Orlando per lavorare in un importante multinazionale che ha scelto la via opposta a quella di tanti conterranei. “Non condanno chi è tornato in Sicilia, ma ritengo giusto fare la mia parte durante questa emergenza nazionale. Non ho pensato manco un secondo a questa opzione, non volevo mettere in difficoltá la mia famiglia.” Gli fa eco Marco, altro siciliano che ha iniziato a lavorare proprio in questi giorni  in un’azienda del Nord Italia. “Sapevo già dallo scorso dicembre di dover iniziare il mio percorso lavorativo in questo periodo in un’azienda con sede in Friuli. Il giorno dello scoppio del primo caso in Italia ho terminato i miei studi all’Università di Parma.”

Con l’entrata in vigore del Decreto “io resto a casa”, i pensieri sono ovviamente aumentati, andare in un posto del tutto sconosciuto quando scoppia un’emergenza sanitaria nazionale come questa non è proprio il massimo, ma bisogna andare avanti, sempre nel rispetto delle regole. Marco ha scelto di non tornare per non mettere a repentaglio la propria famiglia: “Mi dispiace essere lontano da casa, ma il senso di responsabilità deve prevalere. A tutti gli italiani dico che questo momento passerà e torneremo alla normalità al più presto. Atteniamoci alle regole e speriamo che tutto vada bene".

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