Harrison su SM: l'Alaska e Brindisi

Scritto da Redazione on . Postato in I Canestri di Brindisi

Brindisi - Fortitudo BolognaQuando si parla dell’Alaska vengono in mente le distese delle foreste più ampie degli Stati Uniti. Oppure la tradizione quasi esclusivamente repubblicana dal punto di vista politico, comprese le ultime elezioni che hanno dato il 56 per cento dei voti all’ormai ex presidente Trump. Nello stato più isolato degli Stati Uniti esiste anche una tradizione cestistica di ottimo livello. Almeno a livello individuale. E se Mario Chalmers è stato una meteora alla Virtus Bologna, appena quattro partite con 32 punti segnati, un altro nativo di Anchorage, la capitale dell’Alaska, si sta imponendo all’attenzione del campionato italiano. Si tratta di D’Angelo Harrison, guardia della Happy Casa Brindisi, che nelle nove giornate della Serie A ha mostrato numeri eccezionali, in campo e fuori.

Lo abbiamo intervistato in esclusiva per Basket Magazine, il giornale diretto da Mario Arceri e in edicola anche a Brindisi in questi giorni. Qui un estratto della lunga intervista che trovate sul giornale. “C’è un grande feeling con i miei compagni di squadra e con l’ambiente nonostante non possano esserci i tifosi al palazzetto – racconta a Basket Magazine -. Tutte le nostre giocate sono di squadra e questo è fondamentale per vincere e crescere. Siamo un ottimo team che potrebbe togliersi grandi soddisfazioni”.

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I PRIMI ANNI IN ALASKA - “Ho vissuto in Alaska fino a quando avevo tre anni e di ricordi non ne ho tantissimi. Ci sono tornato da più grande e ho visto la mia casa di quando ero bambino, riportandomi alla mente alcuni flashback del passato - dice ancora -. Ho cominciato a giocate a basket quando sono diventato più grande e da un’altra parte, ma mi piace pensare che i miei primi passi li abbia mossi in Alaska”. E riguardo gli altri giocatori nativi di quello stato aggiunge: “Conosco Mario Chalmers, un mio “big brother”, un fratello grande. Grande giocatore e grande persona”.

Dall’Alaska, dunque, fino a St John’s. Laureato in comunicazione, se non avesse giocato a pallacanestro gli sarebbe piaciuto analizzare tutti gli aspetti del gioco da “sports analyst”. Non è difficile definirlo, come fa già lui stesso, “il giocatore di basket più tatuato di sempre”. “Credo di aver superato i 190 tatuaggi, ne ho già aggiunto uno da quando sono arrivato a Brindisi, chissà che non ne faccia un altro dedicato alla città… work in progress”, dice. Sarebbe un bel gesto nei confronti di una città, e di una tifoseria, che ci ha messo un attimo a elevarlo a nuovo beniamino.

intervista integrale sul numero in edicola di Basket Magazine 

Marino Petrelli

Foto: Michele Longo (SM/ Ciamillo Castoria)

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